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Rabarbaro, bello e benefico
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Il suo segreto sta nella presenza di polifenoli nei gambi carnosi, che sostengono foglie ornamentali dall’effetto scenografico
Bello lo è senza dubbio, come testimoniano le sue grandi foglie verde intenso, che in certe varietà assumono sfumature rosse e sono profondamente divise in lobi. Stiamo parlando del rustico rabarbaro, noto per il suo sapore tipicamente amaro (quello delle tradizionali caramelle o dell’omonimo liquore), che sviluppa il suo fogliame ornamentale in primavera.

D’estate, si aprono poi le pannocchie di fiori giallastri, verdastri o rosso vivo a seconda delle tante specie coltivate (almeno sessanta sono quelle note del suo genere), che possono arrivare ad altezze spettacolari, fino a tre metri.

E se nessuno mette in dubbio le sue doti esteriori, ultimamente si è allargata la già ampia schiera di chi sostiene la sua “bontà” per l’organismo. Una ricerca inglese sostiene infatti che il rabarbaro sia il nuovo “ingrediente anti-cancro” e che le sue proprietà terapeutiche risulterebbero addirittura potenziate se cucinato al forno per una ventina di minuti.

Questa straordinaria capacità deriva dal fatto che la pianta, così come molti altri vegetali rossi, contiene polifenoli, agenti chimici in grado di uccidere le cellule tumorali, la cui concentrazione aumenterebbe in seguito a una breve cottura.

In attesa che la sperimentazione convalidi le tesi dei ricercatori, vale la pena di ricorrere ai gambi e ai rizomi di rabarbaro (le parti commestibili, dove si trovano le sostanze salutari della pianta) se non altro per usufruire delle sue proprietà aromatiche e medicinali, note fin dalla notte dei tempi.

Il rabarbaro stimola l’appetito e l’attività digestiva e, a dosi più elevate, esercita una funzione purgativa. A crudo, i suoi gambi contengono inoltre vitamina C, calcio e sono ricchi di potassio.
Studi clinici imputano al rabarbaro anche una funzione antisettica nei confronti delle infezioni intestinali e, in virtù del contenuto in tannini, di decongestionante nelle irritazioni della mucosa intestinale.


Curiosità e cenni storici


Il nome scientifico del rabarbaro (Rheum) deriva dal latino reubarbarum che significa “radice barbara” (cioè straniera). I Greci, che ne facevano grande uso per le sue virtù medicinali, aggiunsero al sostantivo “ra”, che indicava in greco questa erbacea, l’aggettivo “barbaron” in riferimento al fatto che veniva coltivata in terre barbare. Sembra che i Cinesi usassero il rabarbaro già dal 2700 avanti Cristo e che esso rientrasse fra gli alimenti tradizionali delle popolazioni mongole. L’impiego alimentare fra gli occidentali, soprattutto di cultura anglosassone, risale invece ad epoche più recenti, quando fu introdotto probabilmente a seguito dell’espansione coloniale delle superpotenze europee.

La ricetta: Budino al rabarbaro


Ingredienti:
1200 g di rabarbaro, 250 g di zucchero, 100 cl di acqua, 4 cucchiai di fecola di patate, panna montata

Preparazione:

Lavare e sciacquare il rabarbaro e tagliarlo a fette, anche senza sbucciare i gambi. Metterlo insieme allo zucchero in una pentola e aggiungere un po’ d’acqua, quindi cuocerlo a fuoco dolce per circa mezz’ora. Aggiungere il resto dell’acqua e portare a ebollizione. In una scodella, mescolare la fecola a poca acqua, poi togliere la pentola dal fuoco e unire il composto ottenuto, amalgamando bene. Tornare a mettere la pentola sul fuoco e portare ancora a ebollizione, senza mescolare. Versare il rabarbaro stufato in un piatto di portata e spolverare con un po’ di zucchero. Prima di servire unire la panna montata.
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