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Il ritorno del Peperone di Voghera
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Il ritorno del Peperone di Voghera
Una varietà autoctona di pregio che pareva ormai scomparsa, recuperata nell’Oltrepò Pavese grazie all’iniziativa di ricercatori e coltivatori locali
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Molto spesso, quando si parla di conservazione della biodiversità, si fa riferimento a specie animali e vegetali selvatiche che rischiano di scomparire a causa dell’intervento dell’uomo. Ma non mancano le eccezioni, come nel caso del Peperone di Voghera, un ortaggio un tempo coltivato in una vasta area lombarda tra la provincia di Pavia e il vicino Piemonte che nel Novecento aveva reso celebre la sua “capitale” in tutta Italia, facendone un centro agricolo di rilievo.

Tanto che, nel 1901, era nata l’Associazione orticoltori di Voghera, e nel 1939 la città aveva inaugurato un mercato agricolo coperto che richiamava acquirenti da tutt’Italia: tra le due guerre, insomma, il peperone era una delle glorie di questo angolo dell’Oltrepò, grazie a una serie di caratteristiche uniche molto apprezzate dai consumatori. 

Le caratteristiche

Innanzi tutto la forma inconfondibile, regolare, quasi cubica, con quattro costolature di cui una più prominente. E poi il colore, quel caratteristico verde chiaro che aveva portato gli estimatori del Peperone di Voghera, piuttosto piccolo e leggero, a chiamarlo “peperone bianco”. Man mano che procedeva la maturazione, il verde diventava giallo con sfumature aranciate, mentre la polpa sottile restava consistente e resistente, mantenendo intatte a lungo le sue caratteristiche organolettiche, in particolare se l’ortaggio era conservato sott’aceto. Il sapore era dolce e delicato, grazie a un alto contenuto di zuccheri e a una bassa percentuale di acqua, che rendeva il peperone “bianco” molto digeribile. 

La storia

Il successo di questa coltura proseguì fino ai primi anni Cinquanta, ma in seguito le belle bacche pregiate furono via via abbandonate dalle aziende agricole di Voghera e dintorni a causa del diffondersi della fusariosi, una micosi presente in tutti i terreni argillosi come quelli tipici dell’Oltrepò Pavese dove il Capsicum, giunto in Europa al seguito di Cristoforo Colombo nel suo secondo viaggio verso quelle che credeva le Indie, si era perfettamente acclimatato, dando vita a una tradizione che pareva essere nata in terra padana. E invece il peperone, così come altri celebri esponenti della famiglia delle Solanacee (dal pomodoro alla melanzana, fino alla patata), prima del 1492 era assolutamente sconosciuto nel Vecchio Continente. Mentre dall’altra parte dell’Oceano, in Messico, era coltivato già dal 5500 avanti Cristo e impiegato come unica spezia dagli indios peruviani e messicani. 

Il sodalizio tra Voghera e il peperone

Difficile dire cosa abbia determinato il sodalizio tra Voghera e il peperone, chiamato al suo arrivo in Europa Pepe d’India (presto trasformato in peperone) per via della sua somiglianza – solo nel sapore – con la spezia piccante. Certo è che questa caratteristica – oggi lo sappiamo bene – è dovuta alla presenza di capsaicina nei frutti del peperone, un alcaloide antibatterico concentrato soprattutto nella cosiddetta placenta (la pellicina bianca interna) prima ancora che nei semi. Elevatissima la sua quantità negli infuocati peperoncini Habanero, più contenuta in altre varietà, minima nel dolcissimo Peperone di Voghera.

In barba alle sue doti distintive e al consenso del mercato, dopo la metà del Novecento questa varietà è scomparsa dalle campagne e dalle tavole, pur restando viva nella memoria degli agricoltori locali e della popolazione, come dimostrano alcune ricette tipiche della zona, dal risotto alla vogherese, a base di peperoni, fino alla peverada, una versione della peperonata.

Ma la storia del Peperone di Voghera è a lieto fine. Perché nel 2005 un gruppo di ricercatori e di coltivatori locali si è messo in testa di recuperare quella storica varietà per riportarla nelle campagne pavesi.

Grazie alla volontà di un docente dell’Istituto tecnico agrario statale Gallini di Voghera, Pier Luigi Megassini, si è costituito un comitato scientifico, che coinvolge anche l’Istituto sperimentale orticolo di Montanaso Lombardo (Lodi), l’Istituto di Patologia vegetale dell’Università di Milano e la cooperativa Villa Meardi di Retorbido, a due passi da Voghera.

Da piantine ritrovate dai coltivatori storici, in tre anni è stato recuperato il seme originario, ricorrendo all’autofecondazione in serra per poi procedere alla reintroduzione nelle aziende agricole della cooperativa. Nel 2008, anno della costituzione dell’Associazione per la valorizzazione e la tutela del peperone (Pepevo), presieduta da Megassini, il Peperone bianco è rinato, col beneplacito dei coltivatori di un tempo che hanno confermato la corrispondenza tra le caratteristiche organolettiche, cromatiche e morfologiche ottenute e quelle della varietà autentica. La produzione, inizialmente di 50 quintali, è via via cresciuta, fino a raddoppiare nella stagione attuale, in cui è passata dai 100 quintali del 2009 ai 200 quintali di oggi. 

L'incontro con Iper, La grande i

Un raccolto di pregio quasi totalmente distribuito nel punto vendita pavese “Iper, La grande i” di Montebello della Battaglia, da sempre in prima linea nel recupero dei prodotti locali espressione del territorio, a salvaguardia delle tipicità di nicchia. Stiamo infatti parlando di una produzione a tiratura limitata che ha riscosso un successo entusiastico da parte dei consumatori, spingendo gli agricoltori coinvolti a puntare su un ulteriore incremento delle superfici coltivate e a lavorare per il raggiungimento della Dop (Denominazione d’origine protetta). 

Un peperone Dop

Un riconoscimento che il Peperone di Voghera può rivendicare anche grazie alle qualità intrinseche che lo contraddistinguono e che, in epoca di Ogm e globalizzazione sempre più incalzanti, descrivono un ortaggio a filiera corta e rintracciabilità certa e garantita, capace di fare la sua piccola parte nel ridurre l’inquinamento ambientale causato dal consumo di prodotti non di stagione, provenienti dall’altra parte del mondo.
Le proprietà

Alle sue doti “personali”, il Peperone di Voghera affianca quelle di tutte le bacche della sua specie, ovvero l’incredibile riserva di phytochemical antiossidanti. In primo luogo, una ricchezza record di Vitamina C (la più alta in assoluto, di gran lunga superiore a quella degli agrumi) abbinata a pigmenti benefici come i bioflavonoidi e i carotenoidi (Vitamina P e A). E poi fosforo, magnesio e potassio, che fa del peperone un alimento diuretico e disintossicante, e al contempo povero di calorie ma saziante, grazie alla notevole quantità d’acqua e di fibra idrosolubile. 

Come renderlo più digeribile

Se si esclude chi soffre di problemi gastrici e di ulcera, per i quali potrebbe essere controindicato, per gli altri la digeribilità del peperone è meno ostica di quanto si creda, soprattutto se si eliminano con cura tutti i filamenti interni e la pellicina esterna, magari dopo averlo fatto arrostire nel forno, al calore del grill. Una volta diventata scura, la pelle si stacca facilmente se si lascia il peperone per qualche minuto in un sacchetto di carta. E il dolce frutto è pronto per sposare la pasta o diventare involtino, accogliendo ripieni deliziosi. Ma questo è solo un assaggio delle tante preparazioni possibili.
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