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Come decifrare le sigle che ne segnalano obbligatoriamente la presenza in etichetta e cercare di evitarli il più possibile
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«Non leggete le etichette? Molto male». È il consiglio che da tempo lanciano con fervore popolari programmi Tv che parlano di alimentazione e salute.

Ma sono ancora davvero pochi i consumatori che, oltre a confrontare prezzi e controllare date di scadenza, si fermano pure a leggere con attenzione, magari armati di occhiali, l’elenco degli ingredienti di un prodotto, che per legge devono essere indicati in etichetta, a costo di essere stampati in caratteri minuscoli.

Come si leggono le etichette?
L’elenco è in ordine progressivo: il primo ingrediente, perciò, è quello presente in maggiore quantità. Capita, però, che per i più la comprensione si fermi dopo poche righe, di fronte a termini sconosciuti e misteriosi codici cifrati.

Di che cosa si tratta? Sono gli additivi, cioè sostanze che vengono aggiunte all’impasto o sulla superficie degli alimenti per vari scopi: aumentarne la conservabilità, facilitarne la lavorazione durante la produzione, renderli più gradevoli alla vista e al gusto e così via.

La legislazione italiana (decreto ministeriale 209/96 e successive modificazioni) autorizza l’impiego di circa 350 additivi, suddivisi in 24 categorie in base all’azione che svolgono. Il loro nome è sempre indicato sull’etichetta o con una sigla composta da una E (che vuol dire Europa) seguita da un numero, che indica l’ammissione a livello europeo e la funzione di tale sostanza. Per esempio, i coloranti hanno sigle da E100 a E199, i conservanti da E200 a E299, i glutammati (tra gli esaltatori di sapidità) da E620 a E629.

Gli alimenti che per legge non possono contenere additivi sono pochi cibi-base (pane fresco, pasta, acqua minerale, caffè, miele, olio extravergine di oliva, yogurt bianco, tè in foglie, ecc.), perciò dobbiamo dare per scontato che la stragrande maggioranza dei prodotti industriali che consumiamo li possono contenere.
Alcuni additivi sono necessari perché prolungano la conservabilità dei cibi (stabilizzanti, antiossidanti, conservanti, ecc.), evitando l’irrancidimento dei grassi o la moltiplicazione di microrganismi, oppure perché rendono possibile o facilitano il processo produttivo (come emulsionanti e antiagglomeranti). È anche vero, tuttavia, che categorie come i coloranti e quelle che modificano le caratteristiche organolettiche (come gli esaltatori di sapidità) non sono poi così indispensabili, se non per rendere i prodotti più appetibili e accattivanti.

Tutti gli additivi autorizzati sono stati testati e la legge ne regolamenta le condizioni d’impiego e la dose massima di utilizzo. Tuttavia, non obbliga a indicarne sull’etichetta le quantità. Così, i consumatori sono informati di quanti e quali additivi sono presenti in un tal prodotto, ma non in quali dosi: una sostanza può essere presente in tracce o in grammi per ogni unità merceologica.

Va detto che le sostanze contenute in un singolo alimento non sono di per sé nocive, ma possono comunque avere effetti sulla salute se sommate oppure combinate con gli additivi presenti in altri alimenti, soprattutto se assunti regolarmente per lunghi periodi o in grandi quantità. Un po’ come succede per i farmaci, insomma. Il problema è sentito soprattutto da soggetti predisposti, con ipersensibilità o intolleranze alimentari, ma riguarda tutti perché le conseguenze dell’accumulo di additivi sul medio e lungo termine sono ancora oggetto di studi scientifici a livello internazionale e non del tutto conosciute.

Un’attenzione particolare merita senza dubbio la dieta dei bambini, per i quali è ideale limitare a un uso occasionale cibi confezionati e bevande contenenti coloranti e conservanti.

Per tutti, ecco qualche consiglio sempre valido:
- preferire alimenti freschi, che hanno anche il vantaggio di essere più ricchi dal punto di vista nutrizionale;
- seguire una dieta il più possibile variata: oltre ad essere più sana e bilanciata, evita di assumere sempre gli stessi additivi, con il rischio di accumulo;
- leggere sempre l’etichetta e scegliere i prodotti con il minor numero possibile di additivi oppure, meglio ancora, scegliere alimenti biologici, che non ne contengono.

La redazione di iNaturale.it
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