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Smettiamola di approfittare del Mediterraneo
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Smettiamola di approfittare del Mediterraneo
Tutelare la biodiversità nel Mare Nostrum senza rinunciare del tutto alla pesca è possibile. Con tecniche che non mettono a rischio gli stock ittici e le specie protette
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Con i suoi 2,5 milioni di chilometri quadrati il Mediterraneo rappresenta meno dell’1 per cento di tutti gli oceani, eppure questo piccolo mare quasi chiuso è un meraviglioso scrigno di biodiversità, ricco di almeno 8500 specie animali e vegetali, il 7,5 per cento di tutte le creature marine finora conosciute. Ma a furia di prelevare senza ritegno le sue ricchezze, il Mare Nostrum è quasi sull’orlo del collasso, sebbene la situazione effettiva di flora e fauna marine nelle acque italiane sia difficile da delineare con evidenza scientifica, non esistendo dati sufficienti al riguardo.

Il rapporto dell'Unione Mondiale per la conservazione della natura:

Secondo un recente rapporto dell’Unione mondiale per la conservazione della natura (www.iunc.it), in Mediterraneo sono regolarmente presenti dieci specie di cetacei, anche se la balenottera comune che rientra in questo gruppo è stata inserita nella “lista rossa” del nostro mare, insieme a delfino comune e tursiope, all’orca e alla sempre più rara foca monaca. Lo stesso vale per la tartaruga marina, che, proprio nel Mediterraneo, ha alcune importanti aree di riproduzione, per esempio sulle coste ioniche calabresi.

Nella lista rossa delle specie mediterranee a rischio ci sono anche gli squali: in particolare, i dati di una ricerca condotta da Francesco Ferretti, giovane studioso italiano che collabora con le università canadesi (una sintesi è su www.conservationmagazine.org, la rivista pubblicata da Society for conservation biology), identificano cinque specie che hanno subito un grave declino: sono verdesca, squalo volpe, squalo martello, smeriglio e mako.

Secondo l’associazione, la scomparsa degli squali, al vertice della catena alimentare, va imputata soprattutto a tecniche di pesca devastanti se applicate senza selettività alcuna: è il caso delle reti a strascico che, fino a non molto tempo fa, venivano calate senza limitazioni su tutti i fondali mediterranei, lasciando il deserto ovunque passassero. Così sono scomparse, per esempio, praterie di posidonia e di vegetazione sottomarina quando si pensava che i doni del mare fossero infiniti.

Ma sotto queste acque in parte depredate da una pesca non sempre rispettosa, almeno in passato, ci sono tesori ancora salvi, come la sorprendente barriera di corallo bianco scoperta a profondità notevoli (fra 400 e oltre 1000 metri) al largo di Santa Maria di Leuca, in Puglia: una colonia, estesa per centinaia di chilometri quadrati, di coralli tipici delle acque fredde che risalgono all’ultima glaciazione e che si sono incredibilmente conservati vivi (altrove sono stati rinvenuti solo allo stato fossile), protetti dal buio di acque ricchissime di specie che trovano proprio nella “foresta” bianca un rifugio unico. Quanto resisterà questo piccolo-grande paradiso subacqueo?

Perché va detto che, nonostante i divieti per alcune tipologie di reti dannose, messe al bando non solo dalla legislazione italiana ma anche dall’Onu e dall’Unione europea, ci sono ancora pescatori senza scrupoli che ne fanno uso. Una percentuale che per fortuna va sempre più diminuendo, grazie anche ai controlli ormai regolari e frequenti delle Capitanerie di porto, ma soprattutto in virtù di una maggiore consapevolezza da parte di chi vive di mare. Che negli ultimi anni ha visto il frutto del suo lavoro andare via via scemando proprio perché, come affermano i dati Fao, il 75 per cento delle aree di pesca mondiali viene sfruttato in maniera eccessiva, con tecniche non sostenibili che causano un’inaccettabile quantità di catture accidentali (bycatch) di specie sottotaglia oppure non utili per l’alimentazione. Gli esemplari giovani non arrivano a riprodursi e il mare s’impoverisce, anche perché cala la riserva di nutrimento a sostegno dei grandi predatori.

Come trovare una strada capace di conciliare le esigenze della pesca con la salvaguardia del mare e della sua preziosa biodiversità?

È indispensabile rendere sempre più sostenibili e selettive le tecniche di pesca riducendo il prelievo, e lasciando alla natura il tempo di rinnovarsi. Per esempio rispettando i periodi di fermo biologico, stabiliti ogni anno per legge, durante i quali la pesca è vietata. Non essere ingordi, detto in parole povere. In questa direzione vanno le nuove regole della Ue entrate in vigore il 1° giugno 2010, alcune delle quali dopo oltre tre anni di transizione concessi ai Paesi membri per adeguarsi. Si tratta infatti di norme approvate con il regolamento (CE) n. 1967/2006 del Consiglio europeo, volute dalla Commissaria europea per gli affari marittimi e la pesca Maria Damanaki proprio per invertire la tendenza alla pesca non sostenibile ancora presente in Mediterraneo.

Le nuove norme prevedono che la pesca con le reti a strascico sia vietata sottocosta, stabilendo nuove distanze e nuove tipologie di reti “a maglie più larghe” rispetto al passato, in modo da consentire una netta riduzione delle catture accidentali di esemplari sottotaglia (peraltro illegali). C’è chi ha gridato allo scandalo, paventando la scomparsa di alcune prelibatezze dai nostri piatti, dato che queste regole vietano tra l’altro l’impiego di alcune attrezzature molto invasive per la pesca di bivalvi, come telline e cannolicchi: ci sarà, in realtà, una riduzione delle quantità di bivalvi pescati, visto che restano ammesse tecniche più rispettose degli habitat sottocosta dove queste specie si riproducono. Un sacrificio peraltro necessario se non si vuole rischiare che alcune risorse scompaiano del tutto.

Cosa può fare il consumatore:

Il consumatore può fare la sua parte, informandosi e aggiornandosi. In maniera da essere in grado, per esempio, di rifiutare l’acquisto di pesci troppo piccoli, che denunciano il ricorso a tecniche vietate. Al contrario, deve esigere di conoscere il tipo di pesca dei prodotti che mette nel piatto. Una delle più selettive è quella col palangaro, che fa ricorso solo agli ami: in mare vengono calate lunghe lenze dalle quali pendono solo ami di dimensioni calibrate con esche appropriate ad attirare specie ben precise, evitando al massimo (quando non del tutto) catture non volute. Non è un caso che molti pescatori accorti abbiano scelto di passare al palangaro abbandonando altre tecniche più invasive, seppure ammesse. Per la pesca del pesce spada, “Iper, la grande i” ha scelto di fare di più: dotarsi di una sua flotta controllata di pescherecci italiani che usano solo gli ami dei palangari. Un progetto amico del mare totalmente certificato che si affianca ad altre iniziative a tutela del Mediterraneo, come il lancio di avannotti per il ripopolamento delle sue acque.

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