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La rivoluzione naturale degli imballaggi
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La rivoluzione naturale degli imballaggi
Da oltre dieci anni il Gruppo Imballaggi Iper sta lavorando per sostituire tutti i materiali che derivano da fonti non rinnovabili con imballi di origine ecosostenibile
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Insieme al nostro formaggio preferito, con la torta di mele appena sfornata a cui non sappiamo rinunciare, il pane e i biscotti, la pizza con i pomodorini freschi e una bella porzione di irresistibili agnolotti della gastronomia, e poi la frutta, la verdura… Insomma, con la nostra spesa, grande o piccola che sia, dall’ipermercato escono ogni giorno incredibili quantità di pellicole protettive, scatole e scatolette, confezioni e tanti sacchetti per trasportare i prodotti fino a casa.

Un’enorme quantità di imballaggi che rappresenta un fatturato notevole. Ma soprattutto che consuma risorse ed energia (spesso non rinnovabili) in fase di produzione e che poi si trasforma in breve tempo in una mole di rifiuti inimmaginabile. Un numero per tutti: ogni anno nei 26 punti vendita del gruppo “Iper, La grande i” sono distribuiti ben 40 milioni di sacchetti di plastica, per un prezzo complessivo di 2 milioni di euro pagato dal cliente.

Già da tempo il problema degli imballaggi e del loro contributo all’inquinamento dell’ambiente è argomento acceso di discussione, come dimostra l’istituzione del Conai (Consorzio nazionale imballaggi), consorzio privato senza fini di lucro costituito dai produttori e utilizzatori di imballaggi nel 1997 per perseguire gli obiettivi di recupero e riciclo previsti dalla legislazione europea e recepiti in Italia attraverso il Decreto Ronchi (ora Decreto legislativo 152/06). Secondo il Conai, nel 2008 sono stati immessi al consumo oltre 12 milioni di tonnellate di imballaggi, di cui il 59,4% è stato avviato al riciclo, per un recupero complessivo del 68,5%. Un risultato non da poco, reso possibile proprio dall’impegno di tutti coloro che sono coinvolti nel circuito degli imballaggi, dal produttore al consumatore.

All’Iper, un’insegna che ha sempre avuto un alto livello di attenzione nei confronti delle problematiche ambientali, la questione imballi è stata affrontata da subito con un obiettivo chiaro: introdurre in tutti i settori del fresco un packaging in grado di ridurre il più possibile l’impatto ecologico, puntando sull’impiego di materiali naturali e rinnovabili, attraverso il riciclo. Belle parole ma del tutto teoriche se non vengono supportate da un’attività concreta nella quale investire energie e risorse umane.

Cosa fa "Iper, La grande i" per ridurre l'impatto ecologico dei propri imballi?

Da questa consapevolezza è nato già nel 1998 un gruppo di lavoro interno, che da oltre dieci anni si occupa di ricercare e testare materiali alternativi a plastica e derivati, esamina le soluzioni di imballaggio impiegate e discute tutte le problematiche connesse. Un team di cinque persone che, in un certo senso, fa un doppio lavoro. Tutti i giorni svolge mansioni organizzative e tecniche in un punto vendita Iper, avendo sott’occhio le necessità pratiche del consumatore e cercando di risolverle, ma allo stesso tempo fa parte del gruppo di lavoro che determina le scelte di tutti i 26 ipermercati in tema di imballi dei reparti del fresco, dai sacchetti per il pane fino alle vaschette delle gastronomie. Il Gruppo Imballaggi Iper, infatti, è costituito da Patrick Charreton, direttore di Iper Colonnella, da Roberto Pozzobon, direttore di Iper Pesaro, da Sandro Lombardi e Alberto Pellizzari (entrambi capo reparto dei freschi tradizionali rispettivamente all’Iper Rubicone e di Castelfranco Veneto e Verona), infine da Anna Maria Pastore e Silvia Risi (responsabili del controllo qualità, la prima dei punti vendita di Montebello della Battaglia e Cremona, mentre la seconda per quelli di Tortona e Serravalle).

Del Gruppo Imballaggi, dunque, fanno parte esperti formatisi sul campo avendo ben presente, per militanza diretta, l’ambito di applicazione e le ricadute effettive delle loro scelte. Hanno ben chiaro che praticità d’uso, sicurezza igienica e sanitaria assoluta, oltre a facilità di riciclo, devono convivere in ogni tipo di confezione proposta senza andare in contrasto tra loro. E senza dimenticare la progettualità mirata ai singoli cibi freschi, ognuno dei quali richiede dimensioni e caratteristiche diverse. Basti pensare che nel catalogo degli imballaggi utilizzati in Iper rientrano 1500 referenze diverse per formati e misure.

Il team si riunisce periodicamente per fare il punto sull’attività di ricerca svolta e valutare i progetti in corso. Il risultato del lavoro di questo gruppo, unico nel suo genere nel panorama della Grande distribuzione, è lusinghiero: oggi, il 90 per cento delle tipologie di imballi adottati da Iper in quasi tutti i reparti freschi è all’insegna dell’ecocompatibilità, e si sta continuando a cercare soluzioni anche per i restanti. Nel 2008 il fatturato degli imballaggi al naturale è stato di oltre 4 milioni di euro relativo a 45,5 milioni di pezzi in cellulosa e 5,7 milioni in PLA (acido polilattico).

Per sostituire la plastica, che deriva da un ciclo produttivo di sintesi e che fa ricorso a risorse energetiche non rinnovabili, Iper è stato tra i primi, nel 2001, ad adottare ampiamente il PLA, una resina termoplastica che deriva dall’amido di mais, naturale e compostabile (sebbene in condizioni di temperatura e umidità controllate). «È in tutto e per tutto simile alla plastica, trasparente, resistente e modulabile in diversi formati», spiega Charreton, «ma in compenso è di origine vegetale. Per questo oggi il PLA accoglie tutti i prodotti freddi della gastronomia Iper, confezionati in vaschette con il coperchio apribile oppure chiuse con film termosaldato sempre in PLA. In vaschette di PLA sono venduti anche i prodotti del pronto fresco e le paste fresche».

In panetteria, i sacchetti del pane sono di pura cellulosa (proveniente da legno da riforestazione certificata) con finestra in cellophane. «Molti pensano che il cellophane sia una materia plastica», dice Anna Maria Pastore. «Invece si tratta di un polimero naturale, derivato dalla cellulosa vergine, totalmente biodegradabile e dunque riciclabile insieme alla carta». Anche i sacchetti per i biscotti o i croissant, apparentemente di plastica, sono tutti di cellophane, mentre le torte della pasticceria sono inserite in scatole di cartoncino avana con l’interno bianco e finestra ancora in cellophane. Anche la pizzeria ricorre al cartoncino, mentre tutti i formaggi sono confezionati in vassoi di legno o di cartoncino invece che in polistirolo.

All’insegna del riciclo anche gli angoli della ristorazione veloce all’interno dei punti vendita, dal quale è stato eliminato del tutto l’alluminio a favore del PLA (adottato per i bicchieri) e del cartoncino che, per quanto riguarda i piatti, viene accoppiato con MaterBi totalmente biodegradabile in modo da limitare l’assorbenza della superficie in presenza di cibi umidi o grassi.

Tra le vittorie ecosostenibili del Gruppo Imballaggi c’è l’eliminazione della carta politenata, quella “oleata” che una volta dominava i reparti di polleria, pescheria, macelleria, dei formaggi e pizzeria. Al suo posto, per avvolgere gli alimenti viene impiegata carta vegetale resa antigrasso e antiumido mediante un trattamento meccanico che la fa diventare impermeabile chiudendone i “pori”.

Non tutti i problemi hanno trovato soluzione. Il PLA, per esempio, non è adatto alla salumeria perché presenta una certa traspirabilità che favorisce la perdita di umidità da parte di prosciutto e prodotti similari. È dunque attualmente allo studio una carta vegetale accoppiata al PLA, oppure anche solo spruzzata di PLA in maniera da contenere al minimo la presenza di

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